Capitolo 61

 La cena sembrò iniziare tranquillamente, Stevenson, Mikhail e il resto della servitù arrivata con gli ospiti si mossero rapidi per servire ai rispettivi padroni le prime portate e versare le bevande a chi ne era sprovvisto. Mi venne messa davanti una scelta di affettati e tramezzini che mi fecero borbottare poco signorilmente lo stomaco. Accanto a me, Drew ridacchiò sommessamente affrettandosi a nascondere il volto dietro al suo bicchiere. Finsi di ignorarlo e, con tutta la grazia di cui ero capace, iniziai a tagliare in piccoli pezzettini una fetta di prosciutto, portandomela poi cautamente alle labbra e masticando con attenzione, gli avrei dimostrato che, nonostante il mio stesso corpo sembrasse intenzionato a remarmi contro, ero perfettamente in grado di comportarmi da signorina beneducata. Deglutii scoccando un’occhiata di sfida ad Andrew che continuava a ridacchiare sotto i baffi, e lui per tutta risposta, infilzò un’oliva nel suo piatto e se la infilò in bocca, ingoiandola senza masticare, scuotendo piano la testa. Bene, la sfida era ancora aperta.

Assottigliai lo sguardo, presi un altro pezzo di prosciutto e me lo portai alle labbra. Poggiai delicatamente la bocca attorno ai rebbi della forchetta e staccai con calma il pezzo di carne dal metallo, chiedendomi perché mi fossi andata a infilare in quella sfida silenziosa e insensata… forse perché avevo bisogno di una distrazione.

«Se mangiate con questa lentezza, si farà giorno prima che voi abbiate finito gli antipasti.»

Sussultai, voltandomi alla mia sinistra e incontrando lo sguardo di Jeremy che mi studiava attentamente.

«Perdonatemi,» inclinai il capo nella sua direzione, «ma non credo che insultare una signorina per il suo modo di mangiare sia molto educato.»

L’uomo sollevò un angolo della bocca, sistemandosi meglio sulla sedia.

«Ma io non sono mai stato educato, signorina

Ci fu qualcosa in quella frase che mi fece rabbrividire, un sottinteso sporco e losco che non mi piacque affatto. Mi mossi a disagio sulla sedia, lanciando un’occhiata a mio padre che però sembrava totalmente assorto ad ascoltare una conversazione tra la baronessa e Christopher.

«Martin,» sbattei le palpebre confusa, voltando il capo verso quello che credevo essere il vero Martin, «smettila di infastidire la signorina Fortescue.»

L’uomo accanto a me sbuffò divertito, facendo un cenno al fratello dall’altro lato del tavolo.

«Come vuoi tu, Jeremy.»

«Scusate,» intervenni, ripercorrendo velocemente gli eventi di quella mattina e dei giorni passati. Guardai i due uomini poi lanciai un’occhiata agli astanti, ma Leo e Andrew sembravano persi in una conversazione tutta loro, e la duchessa ci osservava silenziosa senza apparentemente capire cosa stesse succedendo.

«Ma voi,» dissi indicando l’uomo seduto accanto alla duchessa, «siete Martin, giusto?» poi mi voltai alla mia destra. «E voi siete Jeremy.»

I due fratelli si guardarono per un lunghissimo istante, finché quasi all’unisono, scoppiarono a ridere, attirando su di noi le attenzioni di tutti i commensali, il brusio che fino a quel momento aveva permeato l’aria della stanza si interruppe di colpo e sentii improvvisamente tutti gli occhi puntati addosso a me.

«Che succede?» volle sapere Leo, rivolgendo un’occhiata truce ai due gemelli, che ancora ridevano con le lacrime agli occhi.

«Credo,» iniziò la duchessa Cavendish guardando i due uomini e poi me, «che i signori abbiano fatto uno dei loro scherzi a tua nipote.»

«Di nuovo?!» esclamò con voce esasperata, lasciandosi andare sulla sedia.

Andrew sospirò sconfitto accanto a me, scuotendo piano il capo.

«Perdonali,» mormorò avvicinandosi impercettibilmente a me, «credo sia un modo che hanno i gemelli per… divertirsi.»

Finalmente, lo scroscio di risate dei due cessò e Jeremy si portò una mano agli occhi per asciugarsi le lacrime, mentre Martin beveva un sorso d’acqua.

«Se non la smettete di mandare in confusione le persone,» li ammonì serio Leo, «giuro che vi marchio a fuoco le vostre iniziali sulla fronte.»

Martin ridacchiò tossendo un po’ roco, bevendo un altro sorso d’acqua.

«Sempre che tu riesca a capire quali iniziali siano di chi,» lo canzonò beffardo, facendo segno al maggiordomo di riempirgli il bicchiere. Leo assottigliò lo sguardo, aprì la bocca per rispondere, ma Jeremy lo precedette.

«E comunque,» si sporse sul tavolo per poterlo guardare meglio in faccia, poi si voltò verso di me per sorridermi, «voi siete gli unici a essere confusi a quanto pare.»

Rimasi un attimo interdetta da quella dichiarazione, mi guardai attorno ma, a quanto pareva, tutti sembravano averla presa allo stesso modo.

«Signorina Fortescue,» mi chiamò la duchessa, con tono decisamente meravigliato, «voi riuscite a distinguerli?»

Era così strano?

Anche la prima volta che li avevo visti in volto ricordavo che mi erano sembrati simili, ma non perfettamente uguali, i loro volti avevano delle differenze che li rendevano assolutamente riconoscibili, se uno prestava un minimo di attenzione… o forse ero solo io a essere molto strana come tutti mi ripetevano da una vita.

Mi limitai dunque ad annuire, e la donna si voltò meravigliata verso Leo.

«Incredibile! È la prima che ci sia riuscita.» Si voltò poi verso i gemelli, sempre col volto illuminato dalla pura meraviglia. «Giusto?» chiese conferma.

I due uomini annuirono all’unisono e la donna applaudì delicatamente, apparentemente deliziata dalla notizia.

«Meraviglioso!» esclamò, i suoi occhi fissi su di me. «Davvero meraviglioso.»

Abbassai lo sguardo mormorando un grazie tremendamente imbarazzato, non sapendo nemmeno per cosa io la stessi ringraziando, poi, sperai che tutti semplicemente distogliessero la loro attenzione da me e tornassero a mangiare, ma così non fu.

«Ci vuole molto occhio per queste cose,» continuò la duchessa con voce estremamente alta, così che tutti potessero udirla. «Del resto distinguere tra due persone indistinguibili è più difficile che… non so, per esempio, accorgersi che i gioielli della Baronessa de Ross sono insulsi pezzi di vetro.»

Mi si gelò il sangue nelle vene, sollevai di scatto la testa mentre la duchessa rideva di gusto, una risata strana, gutturale, estremamente diversa da quella che avevo sentito durante il ballo. Cercai di scorgere la baronessa ma dato che era seduta dal mio stesso lato del tavolo non capivo come stesse, a giudicare però dalle occhiate di mio padre e Christopher, non sembrava stare bene, mia madre invece sembrava assurdamente compiaciuta che la cosa fosse stata finalmente detta ad alta voce e ridacchiava anche lei.

Guardai Leo che non sembrava affatto sorpreso di quell’uscita maligna.

«Duchessa,» iniziai attirando la sua attenzione su di me ancora una volta, «gradirei che vi scusaste con la baronessa.»

La donna mi guardò perplessa bevendo un sorso di vino, gli occhi che le brillavano.

«E perché mai dovrei?» chiese.

«Perché l’avete insultata,» spiegai molto lentamente, le mani che iniziavano a tremarmi per lo sforzo di rimanere calma e per il disagio che quella situazione mi stava causando, «e gradirei che voi vi scusaste per aver definito i suoi gioielli “insulsi pezzi di vetro”.»

 La donna sollevò le spalle, mettendosi in bocca un sottaceto e masticandolo lentamente.

«Non è un insulto,» riprese dopo che con tutta calma l’ebbe ingoiato, «se sto dicendo la verità.» Indicò con un cenno del capo la donna al centro del nostro dibattito e che ancora non aveva aperto bocca. «Lei indossa di fatto dei banali pezzi di vetro, non vedo perché dovrei ritrattare l’ovvio, farlo non li trasformerà magicamente in diamanti veri.»

«Tuttavia,» scattai con voce più alta di ciò che avrebbe voluto l’etichetta, «siete stata oltremodo scortese e maleducata a sottolinearlo e io non tollero queste cose in casa mia.»

«In casa tua?» mia madre scattò in piedi ancora prima che io mi fossi resa conto di ciò che avevo detto. Il suo volto livido era rivolto verso di me e i suoi occhi così socchiusi che sembravano due spilli. Puntò un lungo dito accusatore contro di me. «Questa sarebbe casa tua, ragazzina?» rise, una risata amara. «Ho fatto male a lasciarti qui da sola. Dovevo farti tornare in quel buco di casa in cui stiamo a Londra, qui ti sei montata un po’ troppo la testa, vedo. Ti sei divertita, vero, ad atteggiarti a contessa per tutto questo tempo? Casa tua, ma non farmi ridere!»

Mio padre e Leo si alzarono quasi allo stesso momento.

«Mary,» sibilò papà aggirando il tavolo per raggiungerla, «vedi di calmarti o ti faccio portare in camera.»

Mamma si allontanò da lui fumante di collera.

«Lasciami stare, Gregory, non mi costringerai mai più a fare qualcosa che non voglio, mai più

«Forse…» la voce tonante di Leo si levò al di sopra degli strilli di mia madre, attirando l’attenzione di tutti i presenti. Voltai quasi a scatto la testa nella sua direzione, la mia mente che andava a rilento, come se si stesse muovendo nella melassa. «Dovremmo andare a discuterne da un’altra parte, così che i nostri ospiti possano continuare la cena senza ulteriori drammi.»

Mia madre guardò tutti con fare riottoso per alcuni istanti, poi, quel briciolo di educazione che le era rimasto in corpo prevalse e con un grugnito sdegnoso si sollevò le gonne, incamminandosi verso le doppie porte che conducevano all’uscita, mio padre subito dietro.

Leo mi fece dunque cenno di alzarmi e obbedii automaticamente, qualcuno dietro di me pronto a scostarmi la sedia.

Mi scusai flebilmente con Andrew, l’unico che potesse sentirmi, e uscii seguendo i miei genitori, tallonata da Leo.

Camminammo in silenzio per diversi secondi, percorremmo l’atrio allontanandoci quanto più possibile dalla sala da pranzo e finimmo per dirigerci verso la biblioteca. Mi dispiaceva un po’ entrare lì dentro, non volevo legare quel posto a un ricordo così nefasto come quella discussione che certamente avrebbe portato solo dolore, dopotutto quello era un luogo di pace e serenità per me, il luogo in cui il mio Signore mi aveva regalato il mio collare. Da quel momento ogni volta che ci sarei entrata mi sarei ricordata per sempre di quella sera, in qualsiasi modo fosse andata.

Papà aprì la porta facendoci entrare, mamma nemmeno lo degnò di un’occhiata, superandolo rapidamente e infilandosi decisa nella stanza, io gli lanciai un’occhiata carica di tristezza, lui mi sorrise flebilmente. Quando tutti fummo dentro, papà chiuse l’uscio e il suono della serratura che scattava nella mia mente decretò come la fine di un’era. Niente sarebbe più stato lo stesso una volta che fossi uscita da quella stanza, io non sarei più stata la stessa, né le relazioni che avevo con le persone lì riunite, il mondo sarebbe stato lo stesso ma, in un certo qual modo, totalmente diverso.

Mia madre si spostò fluidamente verso una delle poltroncine davanti al caminetto, allontanandosi quanto più possibile da noi.

«E dunque?» chiese, guardandoci uno a uno. «Di cosa volete parlare, letteratura?» ridacchiò amaramente, girando piano attorno alle sedute.

«Questo tuo comportamento non è più tollerabile, Mary.» Scattò mio padre avvicinandosi di un passo e superando me e Leo, mamma lo guardò con aria di sufficienza.

«Immagino che dovrai fartene una ragione, Gregory, perché non ho la minima intenzione di sottostare mai più ai tuoi voleri.»

«Ah, sì?» papà indicò la porta alle nostre spalle. «Perché ti sei fatta l’amichetta ricca che ti mantiene e magari anche un bell’amante giovane, ora credi di poter tornare qua e metterci i piedi in testa?»

Il volto di mamma tornò livido come lo era stato poco prima in sala da pranzo.

«Sto vivendo la mia vita, vita che avrei vissuto se tu non ti fossi messo nel mezzo.»

«Mamma!» non ressi oltre quell’attacco a mio padre, quindi mi avvicinai, mettendomi al suo fianco. Subito l’attenzione della donna si spostò su di me e un sorrisetto beffardo le nacque sul volto.

«Già, ora ti ci metti anche tu a darmi contro, dovevo farti più male quando eri piccola.»

Mi bloccai, il cuore schizzò in gola, l’aria non entrava più nei polmoni, avevo paura, quella donna così piccola in quel momento appariva così grande, così pericolosa. Poteva scagliarsi su di me e colpirmi, farmi male. Le forbici arrugginite. C’erano degli attizzatoi vicino a lei, poteva finire ciò che aveva cominciato tanti anni fa.

«Desdemona.»

Leo.

I miei pensieri vorticosi si calmarono giusto il tempo necessario per farmi percepire la sua presenza alle mie spalle, il suo calore dietro di me, il suo lieve profumo che mi arrivava debolmente alle narici, infondendomi coraggio. Strinsi i pugni e deglutii, sentendo la durezza di quel metallo segreto contro la mia gola.

«Smettila di incolpare papà e noi per ciò che ti è successo,» esclamai la voce solo lievemente esitante, «anche lui è stato costretto.»

Mamma lanciò un’occhiata a Leo alle mie spalle, poi a me e a mio padre.

«Che sta succedendo qui?» chiese, il sospetto che trasudava da ogni sillaba, continuò a spostare lo sguardo tra noi tre per poi fermarsi definitivamente su di me. «Cosa significa questo?» domandò ancora, indicando con un gesto della mano Leo, alludendo a ciò che era appena successo.

Dunque il momento era giunto, inspirai a lungo, finché quasi la testa non prese a girarmi, così da poter catturare tutto il profumo dell’uomo che amavo che fluttuava nell’aria, così da avere più coraggio nel mio animo per pronunciare quella frase.

«Io e Leo ci amiamo.»

Per un istante, mi parve che il mondo si fosse fermato. Non sentii più nessun suono, nessun movimento, nemmeno il battito del mio stesso cuore.

Poi mamma esplose, rompendo l’incanto surreale.

«Cosa?» sibilò, la bocca contorta in un’espressione di puro disgusto. Strinsi i pugni fino a conficcarmi le unghie nei palmi.

«Abbiamo una relazione.»

«Fate sesso?!» urlò disgustata guardandoci, il volto contratto e dalla lieve sfumatura verdognola che iniziava a colorirle le guance.

«Questi,» deglutii per far scendere il nodo che mi si stava formando in gola, «non sono affari tuoi.»

A quel punto, mamma gettò la testa all’indietro e rise sonoramente, una risata cattiva, secca, terrificante.

«Hai perfettamente ragione,» esclamò, tornando a fissarmi minacciosa. «Non è affar mio se tu e la tua famiglia siete degli schifosi degenerati.»

«Mary,» papà si avvicinò a lei di un altro passo, le braccia lungo i fianchi, rigido come un fusto, «adesso basta.»

«Basta?» Lei spalancò gli occhi e la bocca, con un’espressione da folle dipinta in volto, guardò tutti noi e rise allargando le braccia. «Ma se abbiamo appena cominciato!» rise di nuovo, anche se i suoi occhi erano spenti. «Visto che a quanto pare questa è la sera delle confessioni, mio carissimo Gregory,» iniziò muovendo elegantemente una mano nella mia direzione, «perché non racconti alla nostra splendida bambina con quanto amore, con quanta passione tu mi abbia chiesto di sposarti?»

Vidi papà, se possibile, diventare ancora più rigido, sentii uno sgradevole dolore allo stomaco e il familiare pizzicore dietro la nuca, non volevo conoscere il finale di quella storia. L’aria accanto a me si mosse e capii che Leo doveva essersi spostato per mettersi al mio fianco, tuttavia non riuscivo a staccare lo sguardo dal profilo immobile di papà, così pallido, così… lontano.

«Avanti, Gregory!» lo esortò mamma, un sorriso malvagio dipinto sul volto, gli occhi che lanciavano odio. «Perché non le dici che è nata da uno stupro?»


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