Capitolo 32
“Oggi fa così freddo che giuro di aver visto
una patina di ghiaccio
formarsi sopra il mio bicchiere d’acqua.”
“Se fossi lì saprei
perfettamente come riscaldarti.”
Fu
mio padre ad accorgersi per primo di me. Fu palese il momento in cui il suo
intero corpo si irrigidì quasi si preparasse a ricevere un grosso impatto.
Lucas, notando quella reazione, si staccò perplesso da lui e solo allora entrai
anche nel suo campo visivo. Rimanemmo tutti e tre perfettamente immobili: Lucas
col terrore dipinto sul volto, io e mio padre assolutamente impassibili come nostro
solito.
«Posso
spiegarti tutto,» disse lui, il tono calmo e pacato di chi ha perfettamente la
situazione in pugno. Sbuffai, incrociando le braccia al petto.
«Sì?
Puoi spiegarmi anche perché da quando sono venuta al mondo questo è il primo
gesto di affetto che ti vedo compiere?»
Lucas
sussultò, neanche fosse stato colpito da qualcosa, e lanciò un’occhiata
preoccupata a mio padre che si accigliò.
«Forse
dovremmo andare a discuterne in biblioteca,» propose scostandosi per lasciarmi
passare. Il mio stomaco brontolava ancora sonoramente, tuttavia, decisi di
assecondarlo e scendemmo assieme la rampa.
Una
volta entrati in biblioteca, mi lasciai cadere su una delle due poltroncine
davanti al caminetto spento e li osservai. I due uomini si stavano guardando
intensamente, come se stessero avendo una conversazione segreta, semplicemente
guardandosi negli occhi, la cosa mi ferì un po’. La rabbia che avevo provato
verso mio padre tornò a riaffiorare, alimentata da quei nuovi gesti d’amore che
gli stavo vedendo compiere con Lucas. Ma non con me, mai con me. Perché lui sì
e io no?
Volevo
Leo, mai in tutta la mia vita avevo desiderato tanto averlo al mio fianco come
in quel momento. L’avrei voluto lì anche per poter ferire a mia volta mio
padre, poter prendere suo fratello per mano e urlargli in faccia la verità. Al
diavolo il rapporto fraterno o quello paterno, in quel momento volevo solo
ferirlo tanto quanto lui stava ferendo me.
Alla
fine, rimasi muta e fumante di rabbia, a osservarli conversare in quel loro
modo a me precluso, poi, con un sospiro, mio padre venne a sedersi sulla
poltrona accanto alla mia e Lucas fu subito al suo fianco.
«Mi
dispiace che tu sia venuta a scoprirlo così,» iniziò lui guardandomi dritto negli
occhi, «non era certo così che avevo pensato di rivelartelo.»
«No,
certo,» sbuffai, tornando a incrociare le braccia, «se voglio sapere qualcosa
di questa famiglia devo scoprirla da sola, perché qui adorate tutti quanti avere
dei segreti.»
Non
avevo mai parlato così a mio padre, prima non mi sarei mai permessa di farlo,
in quel momento, sinceramente non mi importava. Lui si accigliò per un breve
istante, poi giunse le mani in grembo.
«Leo
mi ha detto che ci hai sentiti parlare del contratto che ci vincola a tua
madre. Sì, Desdemona, abbiamo dei segreti, tutte le famiglie ne hanno, quando
sei nata abbiamo deciso di tenerti volontariamente all’oscuro di alcune cose
finché non fossi stata pronta per sopportare la verità. Adesso puoi arrabbiarti
e pestare i piedi indignata, ma io non mi sentirò in colpa per aver preso
questa decisione.»
Proprio
allora, la porta della stanza si aprì e Leo si affacciò corrucciato, gli bastò
un istante per capire a grandi linee cosa fosse successo e la sua espressione
si fece estremamente seria. Entrò chiudendosi la porta alle spalle e mi
raggiunse, accucciandosi accanto a me.
«Stai
bene?» lo chiese in un sussurro a malapena udibile e io sentii l’ormai tanto
familiare nodo alla gola tornare a formarsi.
«No,»
gemetti piano, distogliendo lo sguardo dalla scena che avevo davanti e fissando
invece l’erba verde del prato poco oltre la portafinestra.
Percepii
Leo alzarsi e andare ad appoggiarsi con la schiena al bordo di marmo del
caminetto, in mezzo alle nostre due poltroncine.
«Dunque,»
lo sentii dire con tono pratico, «immagino che Desdemona abbia scoperto la
vostra relazione.» Non udii risposte ma qualcuno doveva avergli dato una
conferma, perché continuò. «Prima di tutto, per farvi stare tranquilli, il
problema non è la vostra relazione, non le potrebbe importare di meno con chi
vai a letto Gregory, quindi smettila di fare quella faccia.»
Mi
voltai di scatto, sollevando un dito accusatore contro mio padre.
«Lui
deve stare tranquillo? E io no? Io non avevo diritto a un po’ di tranquillità
mentre crescevo?» guardai mio padre con le lacrime agli occhi. «Non potevi
impedirle di farmi quello che mi ha fatto, ma non c’era niente che ti impedisse
di farmi sapere che mi volevi bene, che per te non ero una figlia indesiderata!
Mi sarei sentita meno sola.»
Toccò
a mio padre sussultare, chinò il capo guardandosi le mani strette in grembo,
sembrava quasi più pallido.
«Se
posso…» i miei occhi scattarono verso Lucas che, fino a quel momento non aveva
proferito parola, anche lui era pallido e tremante, eppure teneva
orgogliosamente in fuori il petto e non abbassò lo sguardo quando incrociò il
mio. Annuii, facendogli segno che poteva parlare. «Vostro padre… sicuramente
vostro zio potrà confermarvelo ma, ecco… non capisce bene quelli che sono i normali comportamenti umani.»
Vidi
con la coda dell’occhio Leo annuire piano, Lucas aprì nuovamente la bocca per
parlare ma mio padre si alzò di scatto, spaventando sia me che lui.
«Non
ho intenzione di giustificarmi con te, Desdemona, o lasciare che qualcun altro
lo faccia al posto mio.» Scoccò un’occhiataccia a Lucas che arretrò di un passo
abbassando il capo, poi tornò a puntare il suo sguardo di fuoco verso di me, i
suoi occhi sembravano un grigio mare autunnale in tempesta. «Ti ho protetta
fino a oggi, ti ho salvata quando tua madre ti ha sfregiata con
quell’attizzatoio, sono arrivato addirittura a minacciarla per farla smettere
di ferirti fisicamente e sono stato sempre io a salvarti da quella cazzo di
biblioteca in fiamme!» quella frase parte la urlò, facendomi sussultare
spaventata in parte per la sorpresa di sentirlo alzare la voce, in parte per l’effettivo
spavento. «Ti sei sentita sola perché credevi che non ti amassi, perché non ti
sorridevo o non ti facevo i complimenti sugli abiti che indossavi? Desdemona,
mi sono gettato tra le fiamme per salvarti la vita, credo valga molto di più di
qualche insulsa lode o carezza. Ma pensala pure come ti pare.»
E
così dicendo si voltò, uscendo come una furia dalla stanza, Lucas mi lanciò
un’occhiata preoccupata e triste, poi si affrettò a seguirlo.
Ero
sconvolta, mi faceva male il petto, non pensavo che sarei mai riuscita a far
arrabbiare mio padre, non pensavo che ci tenesse così tanto. In effetti, non
avevo mai scoperto cosa fosse successo quella notte con l’attizzatoio, non
avevo mai osato chiedere e, ora che ci pensavo, le angherie di mia madre dopo
quell’episodio erano notevolmente diminuite. Poi c’era stata la notte
dell’incendio.
«Beh,»
Leo attirò la mia attenzione avvicinandosi di nuovo a me e abbassandosi tra le
mie gambe, «direi che abbiamo scoperto da chi hai ripreso il caratterino che ti
ritrovi.»
Nonostante
tutto, mi trovai a sorridere allungano le mani per afferrare le sue e
stringerle.
«Lucas
ha ragione però,» mormorò lui chinando il capo per cercare il mio sguardo, «tuo
padre ha sempre avuto dei seri problemi a relazionarsi col resto del mondo,» il
suo sguardo si incupì leggermente, «ed è una cosa che gli è sempre pesata
molto, ma contro cui non può fare niente… tu tra tutti dovresti capirlo molto
bene.»
Era
vero, alla fine nemmeno io ero così brava a districarmi tra i sentimenti e i
comportamenti umani, per non parlare della mia inespressività che mi faceva
sempre apparire alterata e scontrosa. Quante volte ero stata accusata di essere
un’insensibile ragazzina viziata, quando dentro di me provavo con ogni fibra
del mio essere a mostrare una qualsiasi emozione? Quei pochi balli a cui avevo
partecipato durante le mie stagioni erano stati traumatici quasi quanto lo
stare a contatto diretto con mia madre. Io, quindi, tra tutti dovevo capire
perfettamente come si sentiva mio padre, dovevo sapere che quello che appariva
non era necessariamente quello che provava internamente eppure, ancora una
volta, mi ero lasciata ingannare dalle apparenze.
«Mi
dispiace,» mormorai tirando su col naso, le spalle che tremavano leggermente,
Leo sorrise avvicinandosi per poggiare la fronte contro la mia.
«Ehi,
non sto dicendo che non dovevi alzare la voce con tuo padre, anzi,» ridacchiò
sfregando il naso contro il mio, «aspettavo questo giorno da quando ti ho
conosciuta, se non gliele fai capire con le cattive a quello zuccone non ci
arriverà mai.»
Ridacchiai
anch’io allungando le braccia per massaggiargli piano la nuca.
«Lascialo
stare per oggi, lo conosco, ribollirà un po’ e domani potrete chiarirvi. Come
ha cercato di dirti in modo molto alterato, sei una delle pochissime persone al mondo per cui morirebbe, non riuscirà a
restare arrabbiato tanto a lungo.»
Mi
sfuggì un singhiozzo sentendo quelle parole, in quel momento, sarei voluta
scattare in piedi, correre a cercare mio padre e abbracciarlo forte, invece mi
accasciai contro Leo, stringendolo e piangendo sommessamente.
«Piccola,
posso sapere una cosa?» chiese lui, continuando stringermi delicatamente e
carezzandomi la schiena. Annuii strusciando il naso contro la sua giugulare. «Cos’è
successo la notte dell’incendio?»
Mi
irrigidii e la sua reazione fu istantanea, la presa attorno al mio corpo si
fece più serrata, per impedirmi di scappare. Sollevai lo sguardo, titubante,
per incontrare i suoi occhi attenti.
«Ecco…»
iniziai, gli avvenimenti di quella notte erano difficili da raccontare, ma per
Leo ci avrei provato, «non riuscivo a dormire, dopo l’accaduto dell’attizzatoio
prendevo sonno molto difficilmente, quindi capitava che passeggiassi spesso per
i corridoi di notte senza una meta precisa, solo per stancarmi al punto da
farmi venire sonno.» Mi fermai, accigliandomi e abbassando lo sguardo sulla
carotide di Leo, riportando alla mente quei dettagli che credevo di non dover
più affrontare. «Ma camminare nei corridoi, col tempo, iniziò a scatenarmi una
grande ansia, per il semplice fatto che temevo di incontrarci mia madre, quindi
quando non riuscivo a dormire presi a rifugiarmi nell’unico posto in cui sapevo
lei non sarebbe mai entrata: la biblioteca.» Sorrisi al ricordo
dell’incantevole biblioteca della nostra vecchia dimora e di quante piacevoli
serate vi avevo passato. «Una notte, non avevo proprio sonno, quindi decisi di
mettermi a leggere ma…» la voce mi si incrinò leggermente, «alla fine mi
addormentai sul serio.» Con tristezza spostai lo sguardo sul caminetto vuoto.
«Mi risvegliai perché faceva un caldo tremendo e, aprendo gli occhi, vidi il
pavimento accanto a me coperto dalle fiamme.» Sollevai lo sguardo sul volto di
Leo, che mi osservava attento e impassibile. «Durante il sonno dovevo aver
inavvertitamente colpito la candela che tenevo poggiata accanto a me per
leggere, dando così il via all’incendio…» inspirai piano e con voce sconsolata
conclusi: «ecco cos’è successo quella notte.»
Leo
si accigliò, mi lanciò una lunghissima occhiata squadrandomi molto lentamente.
«Cos’è
che non mi stai dicendo?» chiese, pacatamente ma con una leggera nota
autoritaria nella voce. «Tuo padre ha detto chiaramente di essere entrato a
salvarti, se fosse stata tutta qui la storia, saresti potuta benissimo scappare
da sola.»
Abbassai
brevemente lo sguardo, avvilita, poi tornai a guardarlo. «Ero chiusa dentro.»
Leo
sgranò gli occhi, sconvolto, le sue mani si strinsero con forza attorno al mio
corpo, fin quasi a farmi male. «Cosa?»
Annuii
piano, mordendomi il labbro. «Quando provai a uscire dalla stanza, la porta era
chiusa…» il suo volto stava diventando livido di rabbia, quindi mi affrettai a
continuare, «ma, in tutta onestà, non ricordo se fossi stata io a chiuderla,
magari sì? Poi quando mi sono lanciata contro la porta, la chiave può essere
caduta da qualche parte e io, che all’epoca già iniziavo a non vederci bene,
presa dal panico, posso non essermene accorta.»
Leo
si staccò da me, sollevandosi e camminando a grandi falcate per tutta la
stanza.
«Quella troia,» sibilò,
tirando un calcio al tavolino basso che stava tra le due poltroncine,
ribaltandolo malamente. Lo guardai aggirarsi per la stanza come un leone in
gabbia e cercai di calmarlo.
«Leo…
te l’ho detto, potrei essere stata io, lo sai che mi chiudo spesso dentro le
stanze…»
«No,»
mi bloccò lui, fermando il suo errare furioso.
«Non
nelle stanze, ti chiudi in camera tua
e lo fai solo di notte. Non ti sei mai chiusa da nessun’altra parte, quindi per
favore, non cercare di difendere tua madre anche quando è palesemente evidente
che ha provato ad ammazzarti.» Mi si avvicinò di nuovo, chinandosi per
afferrare un'altra volta le mie mani. «Perché non l’hai mai detto a nessuno?»
volle sapere, aveva la voce che vibrava per tutte le emozioni che stava
cercando di trattenere. «Perché non ti sei mai fatta avanti? Perché non hai mai
detto a tuo padre cosa succedeva? Perché non lo vuoi dire nemmeno a me, a meno
che tu non sia costretta? Perché continui a difenderla?»
Abbassai
il capo, stringendo la presa attorno alle mani di Leo, che fece altrettanto con
me.
«Perché…
è mia madre,» mormorai, la voce flebile, «da una parte non posso fare a meno di
ammirarla e invidiarla un po’, per la sua bellezza, la sua grazia e il modo in
cui riesce a porsi davanti agli altri, dall’altra mi ha sempre fatto
tremendamente paura. Quando ero piccola mi ripeteva sempre che se avessi detto
a qualcuno cosa mi faceva, mi avrebbe tagliato la lingua con delle forbici
arrugginite e credo che quella minaccia abbia sedimentato in profondità dentro
di me, alimentando il terrore che provo per lei.» Risi amaramente. «Per molto
tempo, ho pensato di essere io quella sbagliata, capisci? Che magari crescendo,
se avessi imparato a essere come lei mi voleva, mi avrebbe voluto bene. Fare la
spia non mi avrebbe di certo aiutata.»
Le
mani di Leo lasciarono andare le mie e mi circondarono le spalle, tirandomi
contro il suo petto, abbracciandomi teneramente.
«Piccola,»
iniziò con voce roca, «tu sei infinitamente superiore a tua madre in tutto, e
questo lei l’ha sempre saputo, ecco perché ha cercato di affossarti in ogni
modo possibile.»
Sollevai
il capo nello stesso momento in cui lui abbassava il suo e i nostri occhi si
incontrarono, mi sorrise gentile.
«Se
solo potessi vederti per un solo secondo con i miei occhi, capiresti quanto sei
meravigliosa.» Allungò una mano per carezzarmi un ciuffo di capelli. «Sei così
timida, così gentile e innocente. Nonostante tutte le brutte cose che ti sono
successe, risplendi e nemmeno te ne rendi conto,» tacque un istante,
osservandomi con attenzione. «Poi hai degli occhi splendidi, di un blu così
intenso che sembrano acqua viva, e i tuoi capelli, Dio, i tuoi capelli,» gemette abbassando il capo per inspirare
profondamente il profumo della mia chioma, «dovrei ordinarti di tenerli
costantemente sciolti, ma poi tutti li vedrebbero e preferisco evitarlo, solo
io posso vederti con i capelli sciolti.» Mi fece un sorriso storto continuando
a carezzarmi piano la tempia. «E non chiedermi di iniziare a parlare delle
meraviglie del tuo corpo, perché potrei passare ore solo a parlare del tuo
incredibile seno.»
Risi, le
lacrime che scorrevano calde e silenziose lungo le mie guance. Mi strinsi
all’uomo grande e meraviglioso capendo che, se avessi dovuto ripercorrere tutta
la mia vita una seconda volta, solo per poter rivivere quel momento, stretta
tra le sue braccia, avrei affrontato tutto con un dolce sorriso sulle labbra.
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