Capitolo 33
“Quale posto ti
piacerebbe visitare per primo?”
“Se rispondo ‘La città dove vivi in America’
suono troppo sdolcinata?”
«È
assurdo che non costruiscano vasche più grandi!»
Ridacchiai
allungando il collo all’indietro così da poterlo appoggiare sulla spalla di
Leo. Dopo aver fatto colazione, alla quale mio padre non aveva partecipato,
avevo accennato vagamente al fatto che avrei gradito fare un bel bagno caldo,
per togliermi di dosso il pungente odore della pomata, che ormai si era impregnato
nella mia carne, e lavare via il sudore di quell’intera giornata passata a
rotolarmi nel letto. Leo aveva mobilitato subito la servitù per farsi portare
in camera tutto il necessario e, una volta riempita la vasca, aveva insistito
per infilarsi dentro con me.
«Forse
non ci sono molte persone che vogliono farsi il bagno insieme,» ipotizzai voltando
di lato il capo per guardarlo, mentre tenevo la schiena appoggiata
completamente al suo petto e le gambe distese in parte sul fondo della vasca in
parte sulle sue.
«Potresti
rimanerne sorpresa invece,» mormorò sporgendosi per baciarmi teneramente una
guancia. Chiusi gli occhi godendomi il tepore dell’acqua calda e del suo intero
corpo premuto contro il mio. Era così bello che mi sarei potuta addormentare
molto rapidamente, non ero mai stata tanto rilassata come in quel momento.
«Quindi…
sei ancora convinta di voler partecipare alla festa di Kerr?» chiese Leo, il
tono leggermente scettico. Aprii una palpebra e lo osservai attentamente, anche
senza occhiali il suo volto sembrava preoccupato.
«Sì,
certo. Dopotutto, ti ricordo che ha organizzato la festa solo per noi, e poi…»
sorrisi, sollevando una mano dall’acqua per carezzargli la barba scura, «mi
piacerebbe davvero tanto vedere la sua serra.»
Non
rispose, non subito, rimase a fissarmi per un lunghissimo istante, qualcosa si
agitava in fondo ai suoi occhi, una strana luce che non riuscivo a decifrare
correttamente, alla fine sospirò passandomi piano una mano sulla nuca.
«E
sia, allora.»
Seguendo
il suggerimento di Leo, non andai a cercare mio padre quel giorno ancora chiuso
nelle sue stanze, anche se avrei tanto voluto farlo, decisi invece subito dopo
pranzo di recarmi in cucina per scambiare qualche parola con Lewis, ma arrivata
vicina alla porta li sentii molto presi da quella che sembrava una partita a
carte. Ascoltai per qualche istante le loro battute e le loro risate mentre
giocavano mano dopo mano e mi ritrassi, non volendo interrompere con la mia
presenza quell’allegria. Stavo dunque ritornando verso la mia camera per
scambiare qualche parola con Stevenson che in quel momento era ancora intento a
far sistemare la porta scardinata dall’irruenza di Leo, quando vidi Lucas
sbucare da dietro l’angolo del corridoio. Anche lui mi notò e i suoi occhi
grigi si spalancarono lievemente, dopo essersi guardato rapidamente attorno per
essere certo che non ci fosse nessun altro, si avvicinò rapidamente a me,
inchinandosi.
«Signorina,
posso parlarle?»
Annuii,
curiosa e un po’ preoccupata di scoprire cosa volesse dirmi, lui si guardò
nervosamente intorno ancora una volta.
«Preferisci
andare in biblioteca?» proposi io, cercando di tranquillizzarlo, annuì
bruscamente e si affrettò lungo il corridoio, come se temesse di essere pedinato
da qualcuno. Il suo comportamento mi spaventò un po’, tanto che mi trovai ad
accelerare il passo senza nemmeno rendermene conto.
Una
volta che fummo al sicuro in biblioteca, andai a sedermi sulla mia solita
poltroncina davanti al camino, invitandolo a fare altrettanto, dopo un attimo
di incertezza, anche lui si lasciò cadere sulla seduta vuota al mio fianco.
«Cos’è
successo, Lucas?» chiesi, la voce che grondava preoccupazione, lui scosse la
testa sfregandosi le grosse mani sulle cosce.
«Niente,
Signorina. Non preoccupatevi.» Mi sorrise sollevando solo brevemente gli occhi
sul mio volto. «Ma vorrei che sentiste anche la mia versione dei fatti, so che
probabilmente non vi interessa perché sono solo un umile servo, ma…»
«Lucas,»
lo interruppi con gentilezza, «hai tutto il diritto di dirmi come la pensi a
prescindere dal lavoro che fai o dal tuo stato sociale, in più a quanto mi è
dato di capire, sei l’uomo che mio padre ama, quindi il tuo parere e la tua
versione contano molto.»
Vidi
i suoi occhi farsi improvvisamente lucidi e le sue spalle tremare leggermente,
era molto tenero, forse ancora più di Andrew. Erano entrambi di corporatura
molto grossa, ma Lucas aveva gli anni e il lavoro a farlo apparire ancora più
burbero e rude in un modo che Drew non sarebbe mai stato. Quindi, vederlo
sempre così schivo e timido scatenava in me una grande tenerezza.
«Vi
ringrazio, Signorina,» bisbigliò, giungendo le mani in grembo e tirando un
sospiro tremulo per riacquistare un po’ di calma.
Mi
sistemai meglio sulla poltrona, aspettando pazientemente che fosse abbastanza
calmo per parlare.
«Io
sono nato non lontano da qui,» iniziò con un sorriso tremulo sulle labbra,
«venni assunto da vostro nonno per lavorare nelle stalle sul retro della tenuta.
All’epoca io avevo solo dieci anni e vostro padre sedici.» Scosse la testa, lo
sguardo basso fisso sul tappeto orientale sotto i suoi piedi. «Trascorrevo gran
parte della mia giornata nelle stalle con i cavalli, imparavo tutto quello che
potevo e mi spaccavo la schiena per riuscire a mandare un po’ di soldi a casa,
ero il più grande di quattro figli e le mie sorelle sono sempre state molto cagionevoli
di salute.»
Mi
dispiacque molto per lui, per quella vita ingiusta che costringeva i bambini ad
andare a lavorare invece di lasciarli liberi di giocare e divertirsi
spensierati.
«Non
fraintendetemi,» si affrettò ad aggiungere lui, sollevando di scatto la testa,
«ho sempre adorato il mio lavoro, amo gli animali, e sarò sempre immensamente
grato a vostro nonno di avermi concesso l’opportunità di lavorare per la vostra
famiglia,» sorrise tristemente spostando lo sguardo fuori dalla portafinestra
socchiusa, «ma all’epoca ero un bambino solo, in una casa che non conoscevo e,
quando avevo svolto tutti i miei compiti e il capo stalliere mi lasciava
libero, mi divertivo a girovagare per queste immense stanze, fantasticando di
essere un famoso esploratore alla ricerca di tesori perduti.»
Sorrisi
dolcemente, immaginandomi perfettamente un piccolo Lucas che si spostava rapido
e silenzioso per i grandi corridoi della casa, guardandosi attorno con fare
circospetto, come un bravo esploratore, attento a scovare ogni potenziale
pericolo.
Scosse
la testa, spostando di nuovo lo sguardo sul tappeto sotto di noi.
«Non
avrei dovuto farlo, non mi era permesso ovviamente, ma era l’unico passatempo
che avevo e, in fondo mi dicevo di non far male a nessuno, quindi appena potevo
tornavo a esplorare la casa.» Il suo volto si aggrottò improvvisamente e le sue
spalle si abbassarono. «Un giorno, entrai nel salotto dall’altra parte del
corridoio, all’epoca, il Conte vi teneva una piccola collezione di statuette di
varia fattura, perché piacevano molto alla Contessa. Il mio sguardo
naturalmente venne subito catturato da quelle statuette e mi precipitai verso
la vetrinetta che le conteneva, non potendo resistere alla tentazione aprii lo
sportello e ne presi una tra le mani, per ammirarne meglio ogni dettaglio.» Ridacchiò,
scuotendo piano la testa. «“Lo sai che sono fragilissime, vero?” la voce di
vostro padre dietro di me era così vicina da farmi sussultare spaventato e,
purtroppo, lasciai andare la presa sulla figurina che cadde a terra rompendosi.
Io ero terrorizzato, fissavo vostro padre con la morte nel cuore, sicuro che mi
avrebbe percosso e poi sbattuto fuori a calci per quel mio affronto.» A quel
punto, il suo sguardo si posò direttamente su di me, per un lungo istante ci
fissammo in silenzio. «Lui se ne stava lì, mi fissava con quei suoi occhi grigi
così glaciali, senza mostrare nessun tipo di emozione e ogni istante che
passava nel mio povero cuore sembrava lungo una vita. Alla fine, semplicemente,
si chinò per raccogliere i pezzi della statuina e li rigirò attentamente tra le
mani. “Dovresti tornare nella tua stanza,” disse, continuando a fissare i pezzi
rotti, e io credetti che quello fosse il suo modo di comunicarmi che avrei
dovuto preparare le mie cose per andarmene; piangendo mi diressi nella mia
stanza per radunare le poche cose che avevo e aspettai seduto sul letto che
qualcuno mi venisse a chiamare per portarmi via. Aspettai terrorizzato con i
miei pochi averi stretti tra le braccia, che la tempesta si abbattesse su di
me.» A quel punto, Lucas si lasciò andare sulla sedia, allungando le gambe
davanti a sé e sfregandosi le mani sul volto. «Rimasi lì tutto il giorno!»
esclamò, il volto ancora nascosto dietro le mani. «Alla fine fu uno dei servi a
venirmi a cercare per capire come mai fossi sparito e per avvisarmi che stavano
per mettersi a tavola per cenare.» Scosse la testa, scostando le mani e
poggiandole sui braccioli. «Non aveva detto niente, né disse mai niente a
nessuno di quella storia, inutile dire che passarono diversi giorni prima che
mi rendessi conto che non sarei stato buttato fuori a calci. Quindi, per
ringraziarlo e per scusarmi, decisi di imparare da Bob, uno degli altri
stallieri, come si intagliava il legno.» Si sporse, così che io potessi vedere
le sue mani piene di calli e cicatrici. «Mi ci vollero dei mesi per imparare e
rischiai di farmi saltare le dita più di una volta, ma alla fine, molto
malamente, riuscii a intagliare un piccolo cavallo,» aggrottò leggermente le
sopracciglia, pensoso, «sembrava più un coniglio obeso che un equino, però
l’avevo fatto con tutto l’impegno e la dedizione del mondo.»
Sorrisi
pensando a quel povero cavallo obeso che però era stato scolpito con tanto
sentimento dalle piccole mani di un ragazzino che voleva solo fare qualcosa di
bello.
«Così
quando l’ebbi finito, mi occorse un altro mese per trovare il coraggio
necessario per darglielo. In quell’occasione lui mi guardò come se nemmeno si
ricordasse chi fossi, prese il mio intaglio con la stessa espressione
impassibile e gli stessi occhi distanti di sempre, lo guardò appena e se ne
andò con un lieve cenno del capo.» Mi lanciò un’occhiata fugace, poi sollevò lo
sguardo al soffitto.
Ero
totalmente rapita dal suo racconto, era così meraviglioso sentire finalmente
qualche storia del passato della nostra famiglia, raccontata tra l’altro da
qualcuno che l’aveva vissuta in prima persona, stavo letteralmente col fiato
sospeso, sporgendomi sulla poltrona per non perdermi nemmeno una parola di quel
magnifico racconto.
«Ci
rimasi un po’ male, credetti non gli fosse piaciuta o che con il mio gesto
avessi aggravato ancora di più la mia situazione. Quindi da quel momento,
iniziai a tenermi bene alla larga da vostro padre, ma continuai a esercitarmi
nell’intaglio. Mi piace molto scolpire e, segretamente, speravo un giorno di
riuscire a diventare così bravo da poter ricreare una riproduzione identica a
quella che avevo rotto, tanto bella da far meravigliare perfino vostro padre.»
Com’era
possibile che dopo tanti anni vissuti con quell’uomo accanto non fossi mai
stata a conoscenza di quella sua passione… in effetti, non avevo avuto nemmeno
idea che avesse una relazione con mio padre, quindi qualsiasi altro dettaglio
poteva essermi benissimo sfuggito.
«Il
tempo passava e vostro padre continuava a farmi una gran paura, a me e al resto
della servitù.» Sorrise mestamente, rammentando quei tempi andati. «Vostro zio
era sì tremendo, quando si trattava di scherzi e altre faccende simili, ma
vostro padre… lui incuteva un terrore silenzioso ancora peggiore. Sebbene non
avesse mai fatto effettivamente niente, era quel suo modo di guardarti, quel
suo modo di muoversi, che ti faceva tremare. Non capivi mai a cosa stesse
pensando e ciò faceva più paura che vedere il volto adirato di vostro zio o le
urla di vostro nonno.»
In
effetti, aveva ragione, la calma apparente di mio padre poteva risultare molto
più spaventosa degli scoppi d’ira di Leo, il non sapere cosa gli passasse per
la testa rendeva tutto ancora più tremendo.
«Quando
vostro padre aveva diciannove anni e vostro zio undici, la Contessa si ammalò
gravemente e nel giro di poche settimane ci lasciò.» Tacque un attimo
ricordando il momento in cui mia nonna era morta ormai così tanti anni prima;
speravo che mi raccontasse qualcosa di più su di lei, nessuno ne parlava mai,
tanto era stato profondo e sofferto il loro lutto. «Fu un grave colpo per
tutti, vostro zio divenne letteralmente incontrollabile, girava attaccando
briga con chi gli capitava, anche se erano uomini adulti abituati a menar le
mani, tornava spesso a casa livido e rotto, scatenando l’ira del padre. Gregory,
invece, si ritirò ancora di più in se stesso, c’era un’aura cupa attorno a lui
quelle poche volte che usciva dalla sua stanza. Nessuno aveva il coraggio di
andargli nemmeno a portare il cibo, la servitù litigava ogni volta per decidere
a chi spettasse quel compito, a me dispiaceva molto per lui. Mi dispiaceva
molto anche per vostro zio e vostro nonno, certo, ma Gregory mi aveva aiutato a
modo suo, gli ero grato per non avermi cacciato quando avrebbe potuto farlo.
Così mi proposi per occuparmi di tutto ciò che riguardava vostro padre, anche
se non era compito mio. Nessuno ebbe da ridire, naturalmente, e io iniziai a
portargli il cibo in camera, tre volte al giorno. Lui non rispondeva mai quando
bussavo alla sua porta, così gli lasciavo il vassoio davanti all’uscio e,
quando tornavo per portargli il pasto successivo, trovavo ancora metà delle
cose nei piatti.»
Sospirò
ancora, raccontare quella storia lo stava evidentemente provando e io gli ero
grata che si stesse sforzando così tanto di raccontarmi una parte della sua
vita che, sospettavo, non conoscesse nessun altro, salvo mio padre.
«Avevo
solo tredici anni, ma perfino io capivo che se avesse continuato a quel modo,
si sarebbe certamente lasciato morire. Così un giorno, portandogli il pranzo,
iniziai a tempestare di pugni la sua porta, picchiai e picchiai finché le
nocche non mi fecero male, ma alla fine venne ad aprirmi la porta. Aveva una
faccia così emaciata, signorina, era così visibilmente distrutto, che in quel
momento sentii dentro di me l’impulso di abbracciarlo.» Sorrise debolmente.
«Ovviamente non lo feci, ma tirando fuori tutto il mio coraggio e il poco petto
che avevo all’epoca, cercai di fare la voce grossa e dirgli che doveva
mangiare, che era un peccato sprecare il cibo e che se non mangiava lui tutte
quelle cose buone, allora me le sarei mangiate io.»
Risi
pensando a quanto dovesse essere stato difficile per lui pronunciare quelle
parole dinnanzi a una persona che lo spaventava tanto.
«Vi
giuro,» continuò guardandomi con le labbra che gli tremavano mentre cercava di
trattenere un sorriso, «il modo in cui sgranò gli occhi e mi fissò quella volta
fu impagabile, non gli scoppiai a ridere in faccia in quel momento solo perché
stavo tremando come una foglia dalla paura.» Scosse la testa, come se non
credesse che una cosa simile fosse potuta succedere sul serio. «Mi fissò
sconvolto per diversi secondi, poi, sempre con quella faccia strana, si fece da
parte, invitandomi a entrare e posare il vassoio dove preferivo. Fu allora che
lo vidi.» I suoi occhi si accesero di una luce gioiosa e le sue guance si
arrossarono visibilmente. «Andai fino al suo tavolino per appoggiare il vassoio
e, sollevando lo sguardo, vidi quel cavallo che anni prima gli avevo donato,
poggiato lì, sul comodino accanto al letto.» Le lacrime che stava versando
probabilmente gli appannarono la vista. «Mi voltai meravigliato e gli chiesi
come mai lo avesse tenuto nonostante tutto, indicandogli l’oggetto, lui seguì
con lo sguardo il mio gesto e il suo volto si corrucciò ancora di più.» Sorrise,
tirando su con il naso, cercando visibilmente di ricacciare indietro le
lacrime. «“Era un regalo, no? Perché mai avrei dovuto buttarlo?”»
Il
cuore mi si sciolse sentendo quelle frasi, Lucas chiuse un istante gli occhi
per riprendere il controllo di sé e delle sue emozioni.
«Sapete
com’è che io e vostro padre… abbiamo iniziato la nostra relazione?»
Dato
che era ovviamente una domanda retorica, rimasi in silenzio, aspettando che
continuasse a parlare.
«Quando
si sposò e andò a vivere in città volle portarmi con sé, io avevo quattordici
anni all’epoca e non sapevo bene a cosa potesse servirgli a Londra un ragazzino
come me, tuttavia accettai e per tre anni mi giostrai tra vari lavori,
diventando il tuttofare che sono oggi. Anche nella casa di Londra, Gregory
continuava a terrorizzare tutti con i suoi cupi silenzi e io ero l’unico che
sapeva che in fondo, il padrone non era cattivo come sembrava. In quel periodo,
iniziai a trovare ciocchi di legno davanti alla porta della mia camera, non
capivo chi potesse essere a metterceli ma ne ero molto felice. Era tutto legno
di ottima qualità che si lasciava intagliare in modo sublime e, in poco tempo,
mi ero creato una piccola scorta personale di legna pregiata per continuare ad
allenarmi nel mio piccolo passatempo. Inoltre, quello più o meno fu il periodo
in cui mi accorsi che vostro padre mi spiava.»
Sgranai
gli occhi e spalancai la bocca, meravigliata che mio padre potesse compiere un
simile gesto, e Lucas ridacchiò vedendo la mia espressione.
«Non
fraintendetemi, non si nascondeva dietro gli angoli per guardarmi, però qualche
volta, specie quando lavoravo fuori, sentivo un prurito dietro la nuca e,
voltandomi, scorgevo sempre un movimento dietro le tende della casa. Non so
perché, ma sapevo che era lui. Forse
vi sembrerò pazzo.»
Scossi
la testa, sorridendo, esattamente come succedeva con me e Leo.
«No,
affatto, conosco bene la sensazione, l’ho provata spesso anche io.»
Lui
mi sorrise in risposta.
«Un
giorno, semplicemente, si presentò in camera mia e mi baciò.»
Di
nuovo, mi ritrovai a sgranare gli occhi, meravigliata, lui sorrise visibilmente
imbarazzato.
«Fu
un vero colpo per me, lo scostai gentilmente da me, chiedendogli perché mai
l’avesse fatto. Lui mi guardò sempre terribilmente corrucciato, indicando con
un gesto del mento i ciocchi di legno nell’angolo della mia piccola stanza.
“Non ti sono piaciuti i miei doni?” mi aveva chiesto. “Mi hanno assicurato che
fosse il legno migliore da intagliare.”» Il suo rossore si diffuse fino a
raggiungere le orecchie e chinò il capo, fissandosi le punte degli spessi
scarponi che indossava. «Gli dissi che i suoi doni mi erano piaciuti molto, ma
che non capivo perché mi avesse baciato, allora lui fece un passo indietro
confuso. “Non è così che si fa quando corteggi qualcuno e vuoi fargli capire
quali sono i tuoi sentimenti?”.»
Mi
scoccò un’occhiata terribilmente imbarazzata. «Inutile dire che avvampai tanto
che temetti di prendere fuoco in quello stesso istante, gli spiegai che ero
lusingato dei suoi sentimenti, ma che io non ne sapevo assolutamente niente, mi
aveva colto di sorpresa e non avevo idea di come rispondergli, in più gli
ricordai che al piano di sopra aveva una moglie e una figlia, quindi non aveva
senso che corteggiasse me.»
Tacque
e solo in quel momento mi accorsi che stavo trattenendo il fiato, tanto
inclinata verso di lui quasi da cadere dalla poltrona. Mi sistemai meglio per
evitare di battere il sedere a terra e tornai a guardarlo, curiosa di sentire
il continuo della storia.
«“Mia
moglie mi è stata imposta da altri,” mi disse serio, “ma io ho scelto te.”»
Arrossii
anche io a quel punto, e sorrisi cercando di mitigare un po’ l’imbarazzo.
«È
stato molto dolce… a modo suo.»
Lucas
annuì ricambiando il sorriso.
«Ho
parlato a lungo, Signorina, spero di non avervi annoiata, ma l’ho fatto solo
per farvi capire che vostro padre è così, lo è sempre stato e vi confesso che
ci siamo trovati a discutere più di una volta a causa di alcuni spiacevoli
malintesi venutisi a creare per colpa di tutto questo. In vent’anni che…
abbiamo questa relazione… vostro padre non ha mai sentito la necessità di
esprimere a parole i suoi sentimenti verso di me…» si fermò un attimo,
guardandomi con gentilezza. «Ma per altrettanti anni, non sono mai rimasto
senza ciocchi di legno da intagliare.»
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Anche questo capitolo è bellissimo e sono felice di poter continuare a leggere la storia. (Sono Letizia. Su wattpa, PerIncantoePerAmore)
RispondiEliminaAw ciao anche qui! Sono felice che tu mi abbia raggiunta e abbia lasciato anche questo commento <3
EliminaNon smetterò mai di ringraziarti per tutte le belle parole che mi rivolgi ogni volta e che mi riempiono sempre di gioia 💟