Capitolo 39

 

“In casa ho fatto dei lavori di ristrutturazione, adesso ho

 una stanza in più che non so proprio come arredare.

Fosse per me ci metterei solo un tavolo e due sedie.”

 

 

“Non credo di essere la persona più indicata per questo genere di consigli,

perché potrei dirti di fare tutto rosa e bianco, con tanti fiori ovunque.

Un ambiente allegro insomma, ma forse un po’ troppo femminile per i tuoi gusti.”

 

 

Leo avanzò verso di noi a passo sicuro, la folla sia apriva, molti sicuramente intimoriti, per farlo passare. La spessa maschera lupina che aveva indossato gli copriva interamente il volto e la nuca, rendendolo quasi irriconoscibile, solo gli occhi restavano visibili, quei suoi bellissimi occhi acquamarina, ma per il resto sembrava davvero che un qualche mostro fosse appena apparso nella sala. Un mostro che cercava me, pensai, rabbrividendo segretamente dal piacere che provavo nel saperlo.

Quando ci raggiunse si inchinò profondamente davanti a me.

«Questa maschera è orribile,» sbraitò poi rivolto verso Andrew, che ridacchiò scuotendo leggermente il capo.

«Io trovo che vi stia divinamente, voi che ne pensate, signorina Fortescue?»

Deglutii cercando di alleviare un po’ il dolore alla gola e di scacciare il fastidioso nodo che sentivo iniziare a formarsi in fondo alla gola.

«Mi piace molto,» mormorai alla fine, e Leo grugnì, accostandosi al mio fianco con le braccia strette dietro alla schiena.

Se prima mi ero sentita osservata, in quel frangente, stretta tra il padrone di casa e l’oscura presenza di Leo, ero sicura che ogni paio d’occhi nella stanza ci lanciasse almeno un’occhiata ogni uno o due minuti, parlottando piano. Stavo per chiedere a Leo la cortesia di portarmi un bicchiere d’acqua per dare un po’ di sollievo alla mia gola, quando lui si spostò, tornando a chinarsi lievemente verso di me e allungando la mano nella mia direzione.

«Posso?»

Avvampai, aprendo e chiudendo la bocca, sperando di riuscire a formulare una qualsiasi risposta sensata, la mente totalmente ottenebrata.

«Io… ecco… io… non… non sono brava… a ballare,» balbettai, la mia mente che lavorava freneticamente per ricordare tutti i passi dei balli che avevo fatto e che avevo visto fare, finendo solo per confondermi del tutto.

«Non importa,» rispose Leo senza ritrarre la mano, «basta che segui me.»

Potevo davvero danzare con lui, stringermi al suo corpo, guardarlo dritto negli occhi, senza che nessuno si accorgesse della terribile verità che nascondevamo?

Gli presi la mano prima ancora di rendermene conto e, in pochi istanti, il mio corpo venne trascinato in mezzo alla folla danzante.

Leo mi afferrò la mano, sollevandomela fino a poggiarsela su una spalla.

«Stanno guardando tutti te,» bisbigliò stringendomi le dita attorno al fianco e prendendomi l’altra mano. «Vorrebbero tutti essere me in questo momento,» ghignò serafico iniziando dolcemente ad accompagnarmi nella danza, il mio primo impulso fu quello di abbassare gli occhi, impaurita di potergli pestare i piedi e anche imbarazzata da ciò che mi stava dicendo, ma non lo feci, continuai a guardare quei magnifici occhi per tutto il tempo.

«E le donne invidiano me,» sussurrai di rimando emozionata, volteggiando per la sala, così agile nei movimenti e fluida come non lo ero mai stata in vita mia. Leo ridacchiò, attirandomi impercettibilmente a sé.

«Puoi biasimarle? Chi non vorrebbe essere bella come te?»

Non era assolutamente quello ciò che intendevo col mio commento. Le donne mi invidiavano perché stavo tra le sue braccia, non certo per il mio aspetto. Aprii e chiusi la bocca, quella sera sembrava che Leo si stesse impegnando molto per farmi rimanere sconvolta.

Rise, chinandosi leggermente per poter sussurrare. «Mi piace vederti tutta scombussolata come adesso, specie quando sei nuda nel mio letto.»

Inciampai nei miei stessi passi ma lui, lesto, mi tirò a sé per impedirmi di cadere rovinosamente a terra, i nostri corpi erano schiacciati assieme, in modo tremendamente sconveniente. Sentivo già tutti i commenti e le occhiatine che mi avrebbero rivolto gli altri ospiti una volta che il ballo fosse finito, ma in quel momento scoprii che non mi importava. Muoversi a ritmo di musica stretta tra le braccia dell’uomo che amavo era così bello. Sentire i nostri corpi muoversi all’unisono, obbedire automaticamente ai suoi comandi, spostando un piede e poi l’altro, muovendomi prima da una parte poi dall’altra, era tutto così intimo, sembrava quasi di fare l’amore.

«Sei cattivo,» bisbigliai fingendomi offesa, «non puoi dire queste cose in un momento simile.»

Lui rise, facendomi volteggiare per la sala. «Se non ti metto in imbarazzo adesso, temo che non ne avrò più occasione.»

Quella frase mi gelò nell’anima, inspirai di scatto, stringendo istintivamente la presa attorno alla sua mano.

«Che significa?» volli sapere, ma lui scosse la testa.

«Pensiamo a ballare, piccola, dopo non avrò più molto tempo da passare al tuo fianco.»

Mi salirono quasi le lacrime, da come parlava sembrava stesse per andarsene per sempre, quel momento aveva il sapore di un addio.

«Ma dopo,» mormorai sconvolta, serrando la mia presa su di lui, «quando avrai fatto quello che devi… dopo, tornerai da me? Domenica notte, una volta che saremo tornati a casa, potrò addormentarmi tra le tue braccia, giusto?»

Lui sorrise, un sorriso dolce ma dal retrogusto amaro. Con ogni probabilità, la sua espressione fu la cosa più spaventosa a cui avrei potuto assistere quella sera.

«Lo spero proprio, piccola.»

Quando il ballo terminò, Leo mi riaccompagnò da Andrew; ma avrebbe potuto portarmi anche all’altro capo del mondo, non me ne sarei accorta, troppo concentrata a trattenere la miriade di emozioni che mi aveva scatenato con la sua ultima frase. Avrei voluto aggrapparmi a lui e implorarlo di rimanere al mio fianco, di non fare niente e restare semplicemente lì con me, a ballare tutta la notte finché i piedi non ci avessero fatto male, finché le persone non avessero distolto lo sguardo, orripilate da tanta indecenza. L’avrei baciato in quello stesso momento se fosse servito a tenerlo vicino a me quella notte. Invece, rimasi silenziosa e impassibile.

Una volta accanto a Drew, Leo si tolse la maschera e mi sorrise.

«Perdonatemi. Ma ho proprio bisogno di prendere un po’ d’aria.» Poi lanciò un’occhiata di traverso al marchese. «L’hai fatta fare apposta così stretta?»

Mi voltai giusto in tempo per vedere Andrew sollevare il capo verso il soffitto, con aria innocente. «Fortescue, non so proprio di cosa stiate parlando.»

In qualsiasi altro momento avrei riso per quello scambio di battute, ma non in quel momento, non quando sentivo ancora la voce di Leo rimbombarmi nella mente e in tutto il resto del corpo.

Il respiro continuava ad accelerare sempre di più e temevo di essere sul punto di cadere vittima di un altro di quei miei attacchi, proprio lì davanti agli occhi di tutti.

«Desdemona.» La voce di Leo attirò la mia attenzione, puntai i miei occhi su di lui, così serio, così padrone della situazione, e mi chiesi come potesse esserlo quando io sentivo di andare in pezzi senza nemmeno saperne il motivo. «Inspira lentamente.»

Per lui era facile a dirsi, ma io mi sentivo invadere sempre più dal panico.

«Desy,» Andrew s’intromise, sorridendomi afflitto, «mi dispiace che stiate così male, è tutta…»

In quell’istante una voce che chiamava a gran voce il nome di Leo catturò la nostra attenzione, facendoci voltare tutti.

Due uomini si stavano avvicinando sorridenti verso di noi, due uomini che non avevo mai visto prima, ipotizzai fossero appena arrivati alla festa. I due erano chiaramente fratelli perché notavo una spiccatissima somiglianza tra i loro volti, entrambi avevano folti capelli castano scuro e occhi della medesima forma leggermente allungata e dall’intenso color nocciola. Avevano lo stesso mento affilato ma, dove uno aveva un naso perfettamente dritto, l’altro l’aveva leggermente gobbo e, il neo che vedevo così chiaramente sul mento del primo, mancava al secondo.

Quando ci ebbero raggiunti mi osservarono per un minuto buono poi, quasi l’avessero provata, si inchinarono entrambi davanti a me.

«Quindi è questa…» esclamò il primo.

«La famosa nipote che non eravamo ancora riusciti a conoscere,» terminò l’altro, una cosa che trovai parecchio strana e inquietante.

Ma in quel momento, sentendo le loro voci, un ricordo tornò sfocato ad affacciarsi alla mia mente. Li conoscevo, solo che, avendoli visti di spalle, non avevo potuto distinguerli prima. Eppure ricordavo chiaramente i loro commenti beffardi, erano le ultime due persone che avevo visto quella sera insieme a mia madre, la duchessa, Andrew e Leo nel salotto, la sera in cui io e lui avevamo avuto quell’incresciosa discussione.

«Jeremy, Martin,» iniziò Leo salutandoli con un cenno del capo, «sì, questa è mia nipote, Desdemona Fortescue; Desdemona,» continuò voltandosi verso di me, «questi sono i gemelli Jeremy e Martin Reyman, da poco diventati baronetti.»

«È un piacere conoscervi, signori,» mormorai chinando il capo.

Andrew sbuffò, salutandoli a sua volta con un cenno.

«Sempre perfettamente in ritardo,» dichiarò cercando di mantenere un tono allegro ma senza riuscirci molto, evidentemente la tensione si stava facendo sentire pure per lui.

«Ora capisco,» disse quello col neo sul mento, «perché ce l’hai tenuta nascosta per così tanto tempo.»

L’altro fratello annuì con un sorrisetto storto sul volto. «Jeremy ha ragione, è davvero meravigliosa.»

Leo ringhiò piano e avanzò di un passo. «Voi due non siete qui per fare apprezzamenti non richiesti su mia nipote

Seppi, dal modo in cui sputò fuori quelle ultime parole, che avrebbe voluto dire tutt’altro e che si era a stento trattenuto.

Il gemello sulla sinistra, quindi Martin, emise un lungo fischio mentre quello che si trovava proprio davanti a me, Jeremy, lo guardava sorridendo cupamente, poi chinò il capo annuendo. «Hai ragione, Fortescue,» disse, scostandosi leggermente di lato. «Quando vuoi,» lo invitò, mentre Martin iniziava ad avviarsi lungo la stanza e, dopo avermi lanciato un’altra lunghissima occhiata, si voltò anche lui per raggiungere il gemello e sparire alla nostra vista risucchiato dalla folla.

Il gelo mi stava scorrendo nelle vene, il terrore ingombrava ogni mio pensiero.

Vennero verso di noi altre persone, desiderose di congratularsi con Andrew per la splendida festa o per scambiare semplicemente dei convenevoli con il padrone di casa, ascoltai i loro discorsi, sorrisi, forse perfino risposi a qualche loro osservazione, la mia mente era così persa che il mio corpo fu costretto ad agire autonomamente.

Leo rimase per tutto il tempo scuro e silenzioso al mio fianco, attirando su di sé ancora più occhiate di quanto non aveva fatto con in dosso la maschera.

Improvvisamente, si udì un gran baccano provenire dal portone principale e le persone smisero tutte di ballare, la musica si interruppe di colpo. Sentii Andrew vicino a me tirare un profondo respiro e, voltandomi a guardarlo, lo vidi lanciare un’occhiata a Leo.

La folla di persone si stava lentamente dirigendo verso il luogo da cui provenivano gli schiamazzi e rimanemmo da soli in quella parte di salone.

«Che succede?» domandai, guardando Leo che stava restituendo l’occhiata a Drew. «Leo?» cercai di attirare la sua attenzione, lui chinò il capo verso di me, di nuovo quel sorriso gentile.

«Devo andare,» rispose in un sussurro, poi il suo tono divenne serio, i suoi occhi attenti.

«Ricordi la promessa?»

Annuii. Gliel’avevo promesso, non sarei uscita da quella sala e se l’avessi fatto, sarebbe stato solo in compagnia di Stevenson.

Leo grugnì e tornò a lanciare una breve occhiata a Drew. «La affido a voi

Disorientata, mi voltai a guardare il marchese, non capendo perché parlasse al plurale.

Sul suo volto ogni traccia di sorriso era sparita, anche lui serio, assentì lentamente.

«Non le succederà niente.»

Totalmente nel panico, tornai a guardare Leo che mi posò una mano sulla spalla chinandosi verso di me.

«Tornerò da te, lo giuro,» bisbigliò a un palmo dal mio naso, poi, senza lasciarmi il tempo di aggiungere altro, si voltò avviandosi verso la calca di persone e sparì, inghiottito dalla folla.

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Commenti

  1. Ho paura per quello che immagino facciano e spero davvero che a Desdemona non succeda niente!

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